Se chiedo aiuto mi porteranno via i bambini? – opuscolo per la tutela delle donne con bambini nei casi in cui siano vittime di violenza in famiglia.

aiutoQuesta è la copertina di un opuscolo  realizzato dall’assessorato Pari opportunità della Regione Emilia-Romagna e dal Tribunale per i minorenni di Bologna per far conoscere quale tutela  hanno le donne con bambini nei casi in cui siano vittime di violenza in famiglia.

(scaricabile qui)

L’assessore regionale alle Pari opportunità ha commentato, a proposito dell’iniziativa:
L’opuscolo vuole aiutare le donne a trovare il coraggio della denuncia della violenza che subiscono. Il nostro messaggio è che è possibile tornare a vivere, aiutando se stesse e i propri figli – aggiunge Petitti – e le istituzioni, le forze dell’ordine, i servizi sociali ci sono e lavorano insieme per lo stesso obiettivo”.
Il contenuto è strutturato sotto forma di dialogo, con domande dirette e risposte, e la prima domanda è questa:
aiuto2Premetto che non è mia intenzione scoraggiare le donne dal denunciare la violenza intrafamiliare (tutt’altro), ma – al contrario di questo opuscoletto – non ritengo affatto che oggi le istituzioni, in Italia, siano attrezzate a rispondere in modo adeguato alle donne vittime di violenza, soprattutto quando la violenza è perpetrata dal padre dei loro figli.
Il pericolo che i bambini vengano sottratti ad una donna che denuncia gli abusi subiti esiste e non è certo ignorandolo e rassicurando le donne con un opuscoletto che si potranno tutelare dalla concreta eventualità che forze dell’ordine, tribunali e servizi sociali sottopongano a rivittimizzazione chi è già prostrato da anni di maltrattamenti.
Tempo fa ho lanciato un appello alle mamme, ed alcune mamme, coraggiosamente, hanno risposto accettando di rendere pubblica la loro esperienza.
Questo è quello che mi hanno scritto e che ho raccolto nel web.
Da “La voglia di parlare e gridare al mondo è tanta“:
Lo mando via di casa, lui tenta di farmi cambiare idea, io stavolta non cedo, mio figlio deve essere salvato da quella situazione, deve crescere circondato di amore e non di odio e violenza.
Lui mi dice solo queste parole: “ricordati, io ti porterò via il bambino e se proverai a fermarmi ti spaccherò il cuxx! Ti conviene restare con me zitta e buona, perché io ti rovinerò.”
(…)
Penserete che mi sia salvata, che aver aperto gli occhi mi abbia portato via dall’incubo e con me il mio bambino.
Beh, no… l’incubo ha solo cambiato nome e forma, si è evoluto.
Sono passata dalle sue minacce a quelle di altri.
Il Giudice, quando sente i miei racconti, dice che non sono cose gravi, CHE NON SONO COMPORTAMENTI NOCIVI PER IL BAMBINO, che il padre può fare tutto con i figli (lo so non crederete a queste parole, ma giuro che è quello che mi è stato detto) e che devo farmi un po’ da parte perché il padre deve ora avere la possibilità di imparare a fare il padre, che del resto la famiglia italiana è strutturata da secoli in questo modo, con la donna che fa e l’uomo che guarda e ordina (se non credete nemmeno a questo sappiate che questo è stato scritto nel successivo Decreto), per cui devo cambiare IO l’opinione che ho di questo padre affinchè il figlio lo accetti perché, altrimenti, se non abbasso la conflittualità (IO???) il bambino non solo non accetterà il padre, ma sarà a rischio casa famiglia.”
Da Nessuno di loro in quella casa aveva diritto ad essere considerato persona:
Quello da cui devi fuggire è il sistema: devi scappare anche da alcune forze dell’ordine, devi scappare da alcuni assistenti sociali, devi scappare da alcuni avvocati, da alcuni psicologi e anche da alcuni giudici. È peggio di un videogioco, non puoi immaginare dove si celino le insidie. Perché una donna che scappa è nemica del sistema, e il sistema allora cerca di eliminarla.
Sei tu la pazza, sei tu quella che sta agendo in maniera contraria all’interesse dei bambini, ha ragione tuo marito, ha ragione chiunque, hanno ragione tutti tranne te. Tutti sono pronti a giudicare il tuo operato e a sapere cosa sarebbe meglio per loro, per quei bambini di cui tu sola ti occupi e ti sei sempre occupata e di cui tu sola ti occuperai sempre.
Da La storia Di Alessia (mai più)
Dal mese di Ottobre 2009 ho presentato 10 denunce penali a Carabinieri, Polizia e Polizia Postale verso il mio, ormai, ex marito, per percosse, lesioni, minacce, violenza assistita da minore, danneggiamento, furto, stalking, minacce via p0sta e mail.
Alcune sono state archiviate per insufficienza di prove, avrei dovuto infatti pagare un investigatore che monitorasse la mia auto 24h su 24, filmarlo mentre distruggeva a calci tutti i mobili del mio studio o mi rubava gioielli, compresa la fede matrimoniale, ed altri effetti personali, riuscire ad avere una rogatoria internazionale su un sito che permette di mandare mail anonime che si autocancellano dopo essere state lette e che ha sede in uno stato americano dove ciò è legale.
Altre denunce sono state riunite in un unico procedimento per stalking, supportato da testimonianze di vicini, interrogati dalla polizia, che hanno confermato di aver sentito le sue grida e le continue ingiurie e di essere accorsi sentendo le mie urla per le scale quando mi inseguiva brandendo un coltello.
Nel mese di Febbraio 2012 c’è stata richiesta di archiviazione alla quale mi sono opposta,dove si spiegava che tutto ciò che era successo erano normali dinamiche di una coppia in crisi.
Nel mese di Luglio 2012 mio figlio, 16enne, obbligato dal giudice a frequentare suo padre, è stato da me portato a casa sua e, per un semplice diverbio organizzativo, dopo neppure un’ora di permanenza, è riuscito a fuggire per essere stato massacrato di botte, che hanno imposto il ricorso al Pronto Soccorso, con trauma cranico, lesione alla cervicale ed all’udito per l’orecchio destro, nonchè un mese di cura presso un neuro traumatologo.
Da La storia di Fulvia
I carabinieri mi hanno detto: “Assolutamente non te la voglio prendere la denuncia”. Mi hanno tenuto là due ore e mezza con i bambini, cercando di spiegarmi che è meglio che io non lo denunci. Allora alla fine tu non puoi dire: “No, voglio che la scrivi”. Cioè si potrebbe fare, però le persone come me non sono nella situazione di farlo, sono abituate a subire, e allora la reazione non ti viene istintiva. E quindi io dopo due ore e mezza ho detto: “Va bene”, perché, come dicevano loro, tu la denuncia la fai e lui si vendica. Ed è vero.
(…)
Sono andata da un’assistente sociale, ho spiegato a grandi linee la situazione e lei mi ha mandato dal prete e anche da un avvocato. E poi hanno mandato i bambini in neuropsichiatria. Ecco lì è stato il mio primo sconvolgimento nel senso che il più piccolo ha fatto venti minuti di visita, ed è finito tutto. E ci hanno messo quattro mesi per darci un appuntamento. Lo hanno fatto solo parlare. Gli han dato una storia da finire e due o tre disegni da fare. Dopo, da come la vedo io, tutto si può interpretare come si vuole.
(…)
… si sono rivoltati contro di me gli assistenti sociali. È colpa mia che non riesco a convincerli. [i bambini] Dopo separati (ci siamo separati nel 2000 uno aveva 5 anni e uno ne aveva 2 e mezzo) io li dovevo sempre convincere. Ma anche trascinare in pianti per farli andare da lui, soprattutto quello più grande, perché lui le botte mie le aveva viste tutte, e quindi avevano un rapporto molto difficile. Lui era terrorizzato dal padre. All’inizio quando li veniva a prendere, loro cominciavano un po’ di ore prima e si pietrificavano. Io dicevo che diventavano delle pietre. Pianti, fermi immobili, perché doveva arrivare il papà. E il più grande è da quando aveva due-tre anni che ogni volta che doveva andare dal papà: la febbre alta, diventa zoppo, sangue dal naso, il vomito, una cosa penosa perché poverino non… Deve star bene un bambino, non può stare così. Però questa cosa non conta. Era colpa mia perché non li convincevo, non li obbligavo. E loro l’hanno girata su di me, non hanno mai detto: “Noi non siamo riusciti a ricostruire un minimo di rapporto”.
Perché alla fine loro non dovevano insegnare ai bambini a sopportare il papà, loro dovevano insegnare al papà a comportarsi decentemente con i bambini.
(…)
La sentenza è stata contro di me, io non sono stata interpellata, né i bambini, né nessuno. Si sono basati solo su quello che ha detto l’assistente sociale, che poi non era una psicologa, era un’educatrice, che mi ha anche detto lei che era al suo primo incarico. Praticamente han detto soltanto che è stato un mio tentativo di screditare il padre agli occhi dei figli, e quindi che devo pagare anche le spese del suo avvocato di 3.000 euro. Però il punto non sono i soldi, io glieli darei anche, è che è proprio un’ingiustizia fino in fondo. I bambini hanno perfino chiesto loro di essere visti da qualcun altro. Perché lo dicevano chiaramente all’educatrice: “Voi non ci ascoltate, fateci parlare con qualcun altro”. Al centro donna mi hanno detto di chiedere di farli andare in un altro servizio, e io ho fatto la domanda, due, tre, quattro volte. Non è stata accettata. Al mio avvocato la sentenza non è stata comunicata.
Da Finché legge non ci separi
Sul banco degli imputati ci sono salita io, che avevo denunciato una situazione critica. Diventai la carnefice. Sulla poltrona delle vittime fecero accomodare un uomo ritenuto amorevole, un professionista rispettato, che era stato falsamente, ingiustamente e strumentalmente denunciato da due donne visionarie e maligne. Un povero padre a cui veniva negato il diritto di possesso della prole da me, madre ostativa.
Il debole è Lui, un padre che lamenta una carenza di rapporti col figlio. I diritti da salvaguardare sono i suoi.
Ricoperta di accuse sono io, la donnicciola instabile psichicamente (così dice ed argomenta Lui, con calunnie gravissime, ma rese credibili in sede di giudizio) e inconsapevolmente rea di ostacolare il rapporto fra padre e figlio. La mia, per così dire, colpevole e conflittuale caparbietà è emersa dalla seconda indagine di esperti incaricati del Tribunale, in aperta contraddizione con la prima positiva relazione dei Servizi Sociali sul mio conto.
Sono stata ammonita da diversi Giudici di non perseverare nel maltrattare un povero padre, già fortemente provato dal fallimento della relazione sentimentale che Lui aveva tentato di ricostruire con me, riavvicinamento a cui io mi ero sottratta, suscitando lo sdegno dei mediatori familiari. Non dovevo più ferirlo, offenderlo, usarlo come un bancomat. Dovevo smettere di usare il bambino per fargli dispetto e arrecargli dolore. Tutto quel che dovevo fare era di costringere mio figlio, verso i tre anni, ad allontanarsi con Lui senza protestare. Convincerlo a non scalciare quando Lui lo prendeva di peso e trascinava via. Perché da parte mia era considerato davvero ostativo e crudele aver provocato un trauma cranico a mio figlio.
“Scusi, Signor Giudice, non ho capito, può ripetere?”
Subito mi spiegò la Toga in gonnella, che alcune settimane prima di quella udienza, a mio figlio era stato refertato dal Pronto Soccorso pediatrico un trauma cranico e facciale. Mi volle spiegare come si erano svolti i fatti secondo le valutazioni del Tribunale. Durante un incontro in un parco, Lui stava trascinando di peso il bambino (tre anni) lontano da altri bimbi, coi quali non avrebbe dovuto attardarsi a giocare, poiché il padre aveva affrontato un lungo e oneroso viaggio per venirlo a trovare, e non era dunque accettabile per Lui la condizione di dover condividere quelle poche ore con dei compagni di giochi che potessero distrarre il figlio.
“Distrarlo da cosa?”
‘Dal costruire una relazione con il padre.’ Perciò Lui lo stava ‘giustamente’ allontanando dagli amichetti al parco, per restare loro due da soli. Il bambino si divincolava. Poi il tonfo a terra, di faccia su un gradino di marmo.
“Piangeva a dirotto. Nel giro di un’ora la comparsa dell’ematoma, il vomito. La corsa in ospedale, 72h di osservazione. Lui riprese il treno e se ne andò, senza venire in ospedale e senza una telefonata.”
La Giudice mi addossò tutta la responsabilità di questo accidentale incidente. Poiché non ero stata abbastanza convincente col bambino e non lo avevo addestrato a chiamare papà quello sconosciuto signore, incontrato sì e no una dozzina di volte in tre anni. Poiché il bambino non era bendisposto verso il padre. La colpa di tutto era mia.
Io vorrei che le istituzioni aprissero un vero dialogo con queste madri. Vorrei che le criticità di un sistema che, di fronte alle denunce delle donne, si dimostra incredulo e incline a minimizzare, mettendo a rischio la salute fisica e psichica di quei bambini che sostiene di saper proteggere al meglio, vengano finalmente alla luce.
Se la violenza domestica rimane un fenomeno sommerso a causa della paura delle donne, bisogna rendersi conto che quella paura è più che giustificata: accade che le donne chiedano aiuto, e che le loro richieste si ritorcano contro di loro e contro i loro figli.
Aiuta te stessa e i tuoi bambini”, recita un’altra locandina realizzata dall’assessorato Pari opportunità dell’Emilia Romagna.
Siete voi istituzioni che la dovete aiutare: altrimenti a che serve la denuncia?

Sportello Centro Antiviolenza Galatea Sant’Agata Li Battiati

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Categorie: Dalla parte del cittadino | 1 commento

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Un pensiero su “Se chiedo aiuto mi porteranno via i bambini? – opuscolo per la tutela delle donne con bambini nei casi in cui siano vittime di violenza in famiglia.

  1. L’ha ribloggato su LUNATIC-O. Poesia di lunatica pazzia e ha commentato:
    Articolo del blog “Social…mente a Battiati”.
    Sono orgoglioso che nel mio paese vengano portate avanti iniziative lodevoli come questa e che si parli di problemi mai troppo attenzionati senza illudere le persone. Spero che il fatto che l’opuscolo sia anche a cura di un tribunale dei minori costituisca una buona base per futuri casi di madri che subiscono violenza dai padri dei loro figli (non sono degni di essere chiamati “mariti” e uso il termine “padri” solo in senso biologico)

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